MAIMOUNA, MINARETS HATS | GALLERIA PAOLA COLOMBARI – MILAN

G A L L E R I A P A O L A C O L O M B A R I
presents

Maïmouna

MINARETS HATS

Cocktail: Giovedì 1° Dicembre 2011 – 6.00-10.00 p.m.

MOSTRA
1 Dicembre 2011 / 20 Gennaio 2012

GALLERIA PAOLA COLOMBARI
via Maroncelli 10 – 20154 Milano – T.+39.02.29001551 – E. info@edizionigalleriacolombari.com
www.artnet.com/edizionigalleriacolombari.html

Maïmouna MINARETS HATS

Maïmouna MINARETS HATS - courtesy Galleria Paola Colombari

Group Shows 2011

Il Poema del Mantello –  Bevilacqua Ariosti Palace 27 January – 2  February
2011, curator di Elisabetta Sassoli Deʼ Bianchi and Paola Colombari
The show was during Art Of  for Bologna Art Fair 2011
“Pudeurs et colères de femmes” Fondation Boghossian  
Villa Empain  Bruxelles, 10 March – 25 October 2011
MiArt Fair 2011 with Galleria Paola Colombari
Milan Image Art Fair (MIA) Fair 2011 with Galleria Paola Colombari
Kiasma Museum of Contemporary Art di Helsinki, 13 april -26  september 2011

Position the cursor on the images to view captions, click on images to enlarge them. 

Posizionare il cursore sulle immagini per leggere le didascalie; cliccare sulle immagini per ingrandirle.

MAIMOUNA PATRIZIA GUERRESI
Artist’s statement

I have a personal interest in Sufism and I explore the integrative powers of the body and the spirit, particularly through female consciousness and its proximity to natural, creative forces. In recent years I have focused on the idea of a ‘mystic body’, where only the face, hands, or feet are visible. I often use familiar objects and clothing, which lose their ordinary significance and gain a sacred quality. As with many ancient icons, my figures in hieratic poses recall images of the Virgin, but also celebrate contemporary cultures and religions that have kept their traditions alive. This gives rise to a new and hybrid iconography of the great, pure, and mystical tribal mothers. I have a multiracial family and my two biological daughters, Adji (African) and Marlene (European), often model for me.

My work is part of a new, ‘transcultural expression’, where the elements of formal beauty combine with ancient African symbolic forms. I present a hybrid reality, consisting of eastern and western cultural references, in which ordinary poetics reach beyond what is represented to unite with a universal condition of beauty, mysticism and sensitivity. This kind of intuition is common to all peoples in the world. My photographs often depict mystical figures from Islamic Africa, which I find inspiring for their great charisma. These figures have a common feature: they are large and look as if they have been emptied. In fact, their shape is determined by the cloak being worn, which I see as an independent sculptural form. For a recent exhibition at the Filatoio Museum in Caraglio, Italy, entitled “The Giants’ Rooms”, I created a sacred place for these figures to inhabit. The installation consisted of two small and elongated tubular houses made of steel. They were intended as mystical architectures, projected beyond real space, designed to create that metaphysical and dreamlike state of reflection and ecstatic silence. The archetypal house form alludes to the association between contemporary apartment blocks and Sardinian collective burial sites found in prehistoric times, known as the ‘giants’ tombs’.
My dark-faced figures are like my own great spirit guides, my ancestral icons, where aesthetics and ethics meld into a sensation of mystical renewal. For me Africa becomes the protagonist in the spiritual rebirth of mankind.

These figures have biblical names, such as Moussa, Ibrahim, Fatimah, Genitilla-Al Wilada; a female figure wearing a sculptural garment with a large black central cavity from which many bubbles escape, like brand new, weightless worlds. Another is ‘Solomon’s Throne’, where shadowy steps lead out from a dark belly, symbolising this hybrid and aesthetic metamorphosis of the spirit.

About the artist

Maïmouna Patrizia Guerresi is an Italian photographer, sculptor and video installation artist who presents an intimate perspective on the relationship between women and society, with particular reference to those countries in which the role of women is most marginalized. For over twenty years Guerresi’s work has been about empowering women and bringing together individuals and cultures in an appreciation for a context of shared humanity, beyond borders – psychological, cultural, and political. She uses recurrent metaphors such as milk, light, the hijab, trees, and contrasting white on black to create awareness of the vital unifying qualities of the feminine archetype and its special healing potential. Guerresi’s art is uniquely authentic. Her work is inspired by personal experience and cultural contexts that reference universal myths, the sacred realm, and the female condition, all of which are seen as vital expressions of the human form: an essentially spiritual and mystic body.
Through photographs and videos of silent, austere, veiled women in domestic scenes and individual poses, her work functions as both metaphor and provocation. Guerresi’s images are delicate narratives with fluid sequencing, as well as rational analyses: women dressed in white, enveloped in chadors, fixed within their own tradition and isolated from and by it in the contemporary world. Her Fatimah image suggests the woman as Mother-Earth supporting us in the original energy cycle of Space-Universe-Infinity.

Rosa Maria Falvo

Italia Australia – independent curator

.-.-.

Maïmouna Patrizia Guerresi

Scultrice, fotografa, autrice di video e di installazioni.

L’opera di Maïmouna si inserisce in contesto transculturale nuovo e contemporaneo dove si fondono diversi linguaggi dagli afro asiatici insieme alle tradizioni della iconografia classica occidentale.

Attraverso questo suo linguaggio ibrido riesce a comunicare con sensibilità e senza compromessi, il disagio e la bellezza della diversità, interpretando al meglio la problematica multirazziale contemporanea, in cui i popoli di tutte le provenienze tentano a grande fatica l’integrazione all’interno di società profondamente differenti.

Il binomio culturale e razziale esemplifica le simbologie dualistiche con radici ancestrali e cosmologiche appartenenti all’immenso patrimonio delle culture mondiali, tanto europee, quanto africane e asiatiche.
Nelle sue opere fotografiche Maïmouna raffigura spesso dei personaggi mistici dell’Africa Musulmana, a cui si ispira da tempo per la loro grandezza carismatica, questi personaggi hanno una caratteristica comune quella di essere “grandi” e come “svuotati”.
La loro forma infatti è decisa dal manto che li copre e che viene pensato dall’artista come una forma autonoma e scultorea. Questi personaggi dai volti scuri sono per Maïmouna come dei grandi spiriti guida, delle icone ancestrali, dove l’estetica e l’etica si fondono in un mistico rinnovamento dello spirito, dove l’Africa diventa protagonista di una rinascita spirituale con opere dai nomi biblici come: Moussa, Ibrahim, Fathima, Genitilla, o al Wilada che rappresenta un personaggio femminile che indossa un vestito scultura con al centro del corpo un grande foro nero da dove escono delle bolle che sembrano come tanti nuovi e leggeri mondi, o “il Trono di Salomone dove dal ventre buio del manto escono alcuni scuri gradini a simboleggiare questa ibrida ed estetica metamorfosi dello spirito.

Invitata alla Biennale di Venezia 1982 e nel 86 con Arturo Swartz nel 87’ espone a Kassel. In seguito i suoi frequenti viaggi nell’Africa musulmana la fortificano nella conversione al bayfalismo, il suo lavoro diventa sempre più specifico ricercando un linguaggio interculturale. Dal secondo matrimonio con Sherif Assan Dieye avrà la sua seconda figlia Adji e insieme alla prima figlia Marlene saranno i soggetti più rappresentati nelle opere di Maimouna. In Africa è presente nel 2004 alla Biennale off di Dakar con l’opera Fathima che viene in seguito acquisita dalla fondazione francese d’arte afri nel 2009 sarà presente con la personale Rencontres de Bamako Biennale Africaine de la Photographie 2009 Mali.

Download:
Biography 2011
  – Biografia 2011

Maimouna Patrizia Guerresi, Touba Minaret 2011, Lambda Print, 200x 54,36 cm, Courtesy Galleria Paola Colombari

MINARERTS  HATS
Maïmouna

La Galleria Paola Colombari inaugurera’ il 1 Dicembre la mostra – Minarets Hats – dell’artista internazionale Maimouna Patrizia Guerresi  dove saranno presenti le sue recenti  opere fotografiche ed una inedita installazione dal titolo Minaret Hats.
Le opere in mostra sono la continuazione della ricerca sul corpo mistico che Maimouna rappresenta nelle sue opere come un corpo metafisico e sovrannaturale, dove sono visibili  le mani ed il volto e a volte anche i piedi mentre il corpo rimane vuoto coperto solo da un manto, come a definirne e a segnarne le forme. Il vuoto prende forza ed elargisce una metafora della paura, del diverso, dello sconosciuto e per questo diventa temibile. In queste opere recenti  Maimouna si è soffermata sulla parte del corpo più alto ed esposto “Alle intemperie della vita”: la Testa.

Maimouna la copre e la incorona con una serie di manufatti a forma di CAPPELLO – MINARETO realizzandoli  in maniera artigianale e rituale, con materiali semplici e pezzi di stoffa, raccolti, messi insieme e poi cuciti com’è  la tradizione per i sufi mussulmani Baifall del Senegal di prodursi manualmente i propri vestiti.
I cappelli minareti sono delle forme architettoniche alte e strette che l’artista fa indossare ai suoi  personaggi che poi  fotografarli, i personaggi nelle fotografie nascondono il volto con un gesto della mano, o sono bendati o chiu dono semplicemente gli occhi; sembrano estraniarsi dal mondo per entrare in sintonia con lo spirito cosmico divino. I cappelli minareti sono per l’artista come dei castelli, delle  fortezze, che proteggono la testa, la parte più alta del corpo ma sono anche intesi come un prolungamento dello stesso corpo, delle antenne ricettive, dei canali che conducono e trasmettono l’energia spirituale (come nelle tradizioni dell’antico popolo Dogon).
Sono opere metaforiche ma di forte impatto che conducono lo spettatore ad avvicinarsi e riflettere, sulla visione dell’artista che coglie ed interpreta in maniera originale simboli e culture.

Per l’occasione sarà presentato anche il video Zud 53
Zuhd 53  sono due riprese video, poste l’una accanto all’altra.
Nel primo video è ripresa una stanza con un semplice arredamento, un mobile con una tazzina di caffè un divano con un libro aperto e sul pavimento una serie di oggetti colorati che sembrano tanti grattacieli , si scoprirà poi che questi oggetti sono dei cappelli. In questo video girato a ripresa fissa si nota il cambiamento della luce che entra dalla finestra aperta e il movimento delle tende .
All’inizio del secondo video appare un oggetto, una corona per la preghiera, (che sta anche nella stanza   rappresentata nel primo video) e di seguito un uomo dalla pelle scura e dai lineamenti africani, seduto e visto di spalle che indossa e toglie come se si guardasse in uno specchio, con eleganza e in modo rituale dei cappelli che si scopre essere gli stessi oggetti della stanza  del video accanto.
Questi gesti intimi raccontano, il desiderio di riappropriarsi delle proprie origini, lasciando però sospesa la scelta. Il gesto dell’indossare e del togliere i cappelli diventa così metafora di una continua ricerca della propria identità  sia esteriore che spirituale. I cappelli colorati da stoffe africane e da oggetti simbolici sono realizzati in diverse forme che ricordano sia la mitra del vescovo, le maschere totemiche e i minareti. Il sottofondo è scandito da una voce che in francese “dall’accento africano” numera tutti gli stati africani. Zuhd è un termine sufico che significa “fare senza“. Lo zuhd dei sufi, il loro fare-senza, consiste nello svuotare il cuore dai desideri di questo mondo, 53 sono gli stati Africani liberi dalle colonie straniere

No related posts.