NEW INDIA DESIGNSCAPE – TRIENNALE DESIGN MUSEUM – MILAN

Shilpa Shavan, Mumbadevi, 2011

Shilpa Shavan, Mumbadevi, 2011

New India Designscape
December 14, 2012 – February 24, 2013
Triennale Design Museum - Milan

Triennale Design Museum continues the cycle about new international design in the MINI&Triennale CreativeSet area with a new selection of the most interesting works by contemporary Indian designers, curated by Simona Romano, in collaboration with Avnish Mehta.

New India Designscape describes the complexity of a context, of a landscape laden with interrelations and relentless questions on the project, rather than the immobility of national identities and self-centered figures, as was the case with past generation masters.

The selected young designers are permeated by Indian culture, but at the same time they are strongly contaminated by other contexts, mostly the Western ones. With their projects the designers offer a delicate and sublime balance between innovation and tradition.

Mythical contests are often presented, with a certain amount of irony, in common-use objects (e.g. Sandip Paul’s Mr Prick, Sahil and Sartak’s Lotus pieces, Divya Thakur’s Cheerharan Toilet Paper, or Cut.ok.Paste by Mira Malhotra, and again Hanuman T-shirt by Lokesh Karekar, Manish Arora’s clothes and Manish Arora’s Charmingly Beautiful Swatch, and Kangan Arora’s Varanasi Cows) to prove that old and contemporary, sacred and profane blend into something that may not be readily deciphered (by not Indians), and bring deep contents into daily life. In our global era, the effect, needless to say, is almost therapeutic.

Other objects start from the local material culture (a tough challenge, since common traditional Indian objects tend to have a hardly surpassed content in terms of modernity, function and aesthetics), they re-think it through innovation of some typologies (e.g. Paul’s Disposable Mug) or use common semi-finished products to create others (Sahil and Sartak’s Choori Lamp, Hanif Kureshi’s letterings, Shilpa Chevan’s jewelry).

The displayed objects also feature suggestions of a less exposed to the media India, which looks at different social statuses with a matter-of-factly attitude that is never passive and takes shape more or less consciously, in other almost surreal objects such as Gunjan Gupta’s Bori Cycle Throne; in this comparative effort it was quite inevitable to bring back the post-colonial relation between India and Great Britain to the surface (Geetika Alok’s Englishes lettering).

The practical life in the thousands of villages scattered over rural India is the inspiration to the so-called barefoot design where a pedal-operated washing machine (Reyma Josè) and a bamboo structure to load and carry weights on the shoulders (Vikram Dinubhai Panchal), make a difference in terms of quality, for lives that are pretty hard.

Design, though, often has a dialogue with the sophisticated rural craftsmanship tradition to redesign traditional objects (Aneeth Arora’s clothes, Sandeep Sangaru and Andrea Noronha’s bamboo furniture design, Garima Aggarwal Roy’s projects, Rajiv Jassal’s Flying bird and Singing Leaves, Sanders and Kandula’s Natural dishes, Vijay Sharma’s Bambike bamboo bicycle) or boost the small local economy (M.P. Ranjan’ Bamboo Cubes, Priyanka Tolia’s Chitku works).

Urban and technology driven India, though, stands out for process and semi-finished product development rather than design; it finds a sort of alter ego in Padmaja Krishnan’s (Excess mobile and Wood Pc) and Ranjit Makkuni’s work (designer of sophisticated interactive installations that somehow connect with the sacred).

India, also in the design field, is hard to categorize, decipher, reduced to a system. There are at once designers who stay with the purpose of changing things (in lack of companies, there are may small-series, self-made productions), those who return after long periods spent abroad to train and work, or those who work many miles away from the great mother without ever forgetting about her in their projects.

The Indian designscape is a very rich landscape, producing new content through the different forms of the dialogue between tradition and modernity for a global and fast-changing global society, which as such is always looking for its ancestral origin.

Position the cursor on the images to view captions, click on images to enlarge them. 

Posizionare il cursore sulle immagini per leggere le didascalie; cliccare sulle immagini per ingrandirle.

New India Designscape
December 14, 2012 – February 24, 2013
MINI&Triennale CreativeSet, Triennale Design Museum
Curated by Simona Romano, in collaboration with Avnish Mehta
Exhibition design: Kavita Singh Kale
Catalogue: Corraini Edizioni
The CreativeSet exhibitions are a project directed by Silvana Annicchiarico
Hours: Thuesdays-Sundays 10.30 am – 8.30 pm – Thursdays 10.30 am – 11.00 pm

Triennale Design Museum
viale Alemagna 6 – phone +39 02 724341 – fax 02 89010693 – www.triennaledesignmuseum.org

Press office
phone +39 02 72434241 – fax +39 02 72434239 – damiano.gulli@triennale.org

.-.-.-.

A cura di Simona Romano con la collaborazione di Avnish Mehta
Progetto di allestimento Kavita Singh Kale
Catalogo Corraini Edizioni
Le mostre del CreativeSet sono un progetto diretto da Silvana Annicchiarico

Triennale Design Museum porta avanti il ciclo dedicato al nuovo design internazionale negli spazi del MINI&Triennale CreativeSet proponendo una inedita selezione dei più interessanti lavori dei designer indiani contemporanei, a cura di Simona Romano con la collaborazione di Avnish Mehta.

New India Designscape presenta la complessità di un contesto, di un paesaggio, in cui prevalgono le interrelazioni e le continue interrogazioni sul progetto più che la fissità di identità nazionali e di figure in sé concluse, come i maestri delle generazioni passate.

I giovani designer selezionati, permeati dalla matrice culturale dell’India ma fortemente contaminati da altri contesti, per lo più occidentali, attraverso il loro contributi progettuali propongono progetti che vivono in un delicato equilibrio tra l’innovazione e la tradizione.

Spesso sono proprio i contenuti mitici a essere riproposti, con una certa ironia, in oggetti comuni (per esempio in Mr Prick di Sandip Paul, nei Lotus pieces di Sahil and Sartak, nella Cheerharan Toilet Paper di Divya Thakur, in Cut.ok.Paste di Mira Malhotra, nella Hanuman T-shirt di Lokesh Karekar, negli abiti di Manish Arora, nelle Varanasi Cows di Kangan Arora) a dimostrazione che l’antico e il contemporaneo, il sacro e il profano, si mischiano in un tutto non immediatamente decodificabile (per i non indiani) portando nel quotidiano contenuti profondi con risvolti, nell’era globale, quasi terapeutici.

Altri oggetti partono dalla cultura materiale autoctona (ardua sfida dal momento che gli oggetti più comuni e tradizionali dell’India hanno un coefficiente di modernità, funzionalità, ed estetico difficilmente superabile) o la reinterpretano innovando alcune tipologie (come nella Disposable Mug di Paul) o utilizzando alcuni oggetti comuni come dei semilavorati per crearne altri (la Choori Lamp di Sahil and Sartak, gli abiti di Aneeth Arora, i lettering di Hanif Kureshi, i gioielli di Shilpa Chevan).

Negli oggetti in mostra vengono riproposti anche alcuni immaginari di un’India meno mediatica, che espone a un confronto tra diverse realtà sociali, a cui si guarda con un’accettazione, non rassegnazione, che prende forma, più o meno inconscia, in altri oggetti quasi surreali come il Bori Cycle Throne di Gunjan Gupta; e tra questi confronti non poteva mancare una riattualizzazione post-coloniale del rapporto India-Inghilterra (il lettering Englishes di Geetika Alok).

Le esigenze concrete della vita dei villaggi di cui è fatta la maggior parte dell’India non urbana ispira invece il cosiddetto barefoot design in cui una lavatrice a pedali (Reyma Josè) e la struttura in bamboo per il carico e il trasporto di pesi sulle spalle (Vikram Dinubhai Panchal), fanno la differenza in termini di qualità di una vita di per sé difficile. Ma il design si pone spesso in dialogo anche con le raffinatissime tecniche artigianali rurali per ridisegnare gli oggetti tradizionali (il furniture design in bamboo di Sandeep Sangaru e Andrea Norohda, i progetti di Garima Aggarwal Roy, il Flying bird e le Singing Leaves di Rajiv Jassal, i Natural dishes di Sanders e Kandula, la bicicletta in bamboo di design anonimo) e incentivare le piccole economie locali (i Bamboo Cubes di M.P. Ranjan, i Chitku works di Priyanka Tolia)

L’India urbana invece, quella tecnologica, che si caratterizza più per lo sviluppo di processi e semilavorati che per il design, quasi trova un alter ego artistico nei lavori di Padmaja Krishnan (Excess mobile e Wood Pc) e di Ranjit Makkuni (progettista di sofisticate installazioni interattive che ci connettono con il sacro).

L’India, anche nel design, si rivela così, difficilmente organizzabile, classificabile, sistematizzabile, decifrabile. Convivono progettisti che vi rimangono con l’intento di cambiare le cose (in mancanza delle aziende sono molte le produzioni self-made in piccole serie), che vi tornano dopo lunghi periodi di formazione e attività all’estero, o che lavorano lontano dalla grande madre senza mai dimenticarla nei loro progetti.

Un paesaggio, il designscape indiano, ricco, che attraverso le diverse articolazioni del dialogo tra modernità e tradizione, potrà produrre nuovi contenuti per una società globale sempre in continuo divenire, e, proprio per questo, sempre alla ricerca delle proprie ancestrali radici.