SCREEN MELANCHOLY 鬱卒的平面 Li Yi-Fan 李亦凡 – PADIGLIONE DI TAIWAN
61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
Padiglione di Taiwan
Il 9 maggio 2026, il Padiglione di Taiwan ha inaugurato il proprio percorso espositivo presso la suggestiva cornice storica di Palazzo delle Prigioni, nell’ambito della Biennale di Venezia. La mostra, curata da Raphael Fonseca (curatore originario di Rio de Janeiro), vede come protagonista l’artista multimediale Li Yi-Fan 李亦凡. I due autori, nati entrambi nel nucleo generazionale investito dalle radicali mutazioni di internet e del digitale, innescano un acuto dialogo transculturale attraverso l’installazione video site-specific Screen Melancholy 鬱卒的平面. Con un registro algido, venato di un nichilistico black humor, l’opera seziona l’ansia affettiva contemporanea prodotta dal dominio degli algoritmi e degli schermi, operando una “riconfigurazione umanistica” — al contempo digitale e installativa — ad altissima tensione drammatica entro la fisicità storica di uno spazio precedentemente adibito a carceri antiche.
Proiezione dello Specchio Psichico: Alla ricerca del piano visivo dell’anima
La “Melancholy 鬱卒“, assunta come specifica manifestazione psicologica, si configura essenzialmente come una profonda ritorsione spirituale dell’essere umano, scaturita dal prolungato rimodellamento che i media dello schermo contemporanei impongono alla coscienza. Nell’orizzonte di un’esistenza pan-urbanizzata e gravata da un sovraccarico informativo, la maggior parte del tempo vitale del soggetto viene frammentata e colonizzata da eterogenei dispositivi di visualizzazione, propiziando, nel lungo periodo, l’emersione di questa condizione claustrofobica definita, per l’appunto, come uno stato di “Melancholy 鬱卒”. Se sottoposta a una decostruzione profonda, tale “Melancholy 鬱卒” non si riduce affatto a un mero squilibrio fisiologico dei neurotrasmettitori cerebrali, né a una transitoria flessione dell’umore nell’alveo dell’esperienza quotidiana. Sotto il profilo ontologico, essa rappresenta uno scacco temporaneo e un’interruzione della Soggettività: un micro-fenomeno dello spirito in cui lo slancio vitale dell’individuo, dinanzi all’alienazione tecnologica e alle aporie dell’esistenza, si avvita in un’involuzione autodistruttiva, collassando verso l’interno.

In senso antitetico, il “Screen 平面” si configura come l’esternalizzazione figurativa e plastica dello “spazio visivo” esterno. In quanto supporto materico visibile e in perenne mutamento, esso proietta l’esperienza bidimensionale ed egemone dell’era dello schermo direttamente all’avamposto della percezione dello spettatore. Quale interfaccia portante del medium visivo, l’evoluzione storica del piano si sviluppa in perfetta sincronia con la storia dello sguardo umano. Esso costituisce una vera e propria finestra informativa sulla visione; la sua genealogia ontologica è in grado di attraversare i continui mutamenti mediali per rintracciare le proprie origini nel Rinascimento, richiamando la celebre metafora prospettica formulata da Leon Battista Alberti, secondo cui “painting as a window”, fino a lambire le più ancestrali pratiche visive dell’umanità. Tuttavia, nell’orizzonte contemporaneo, questa “finestra” ha subito una radicale mutazione: dalla mimesi naturale e geometrica della prospettiva classica, essa si è alienata per convertirsi in una mera proiezione algoritmica su uno schermo digitale.
L’opera Screen Melancholy 鬱卒的平面 realizza precisamente un radicale esperimento spaziale: esso conduce, all’interno di una dimensione introflessa e psicologica, una profonda indagine fenomenologica e una decostruzione a ritroso di questo “spazio visivo” diacronico. La densità semantica custodita nel suo nucleo teorico, transitando attraverso le maglie di diversi sistemi linguistici, genera incessantemente inedite sfumature contestuali e mutazioni immaginifiche, in perfetta armonia con l’esegesi critica che il curatore Raphael Fonseca offre di questo tema: Even though the title originated in Portuguese – and was initially conceived as Melancolia de tela- we knew that, once translated into English and Mandarin, its original poetics would open space for new nuances. In Portuguese, the title refers to the continuous use of screens, which produces a melancholic state. In English, the word “screen” can function both as a noun and as a verb. On one hand, the title may refer to a melancholia inherent to screens; on the other, the word order also suggests “projecting” or “programming” melancholy. The title then be-comes the ongoing act of “melancholizing” images. When we arrive at its Mandarin adaptation -“鬱卒的平面“- we encounter the combination of two different terms: “鬱卒“,which evokes a state of frustration, discouragement, or mild depression, and”平面“,which refers to the flatness of a surface. Contrary to the supposedly professional, direct, and international tone of the English title, the Mandarin version carries a different intimacy and physicality: one might read it as a planarized melancholia, or as the flattening and narrowing of human emotions.
La presente esposizione scardina radicalmente i confini fisici dei tradizionali apparati allestitivi, tramutando l’antico palazzo — un tempo adibito a carceri — in un’unica, monumentale installazione in cui il video e i supporti multimediali operano in costante intertestualità. Si compie così un’assoluta isotopia tra il tempo, lo spazio e il soggetto spirituale. In questo perimetro, l’antica prigione in pietra e mattoni si fa metafora di quella invisibile “parete di disciplinamento psichico 精神規訓之牆” che innerva le strutture sociali contemporanee. Gli imponenti schermi LED ad alta saturazione si dispiegano come feritoie virtuali e intermittenti, scagliando impietosamente il visitatore nell’infinito orizzonte dei “Simulacra 擬真世界”. Al contempo, la volumetria delle sculture circostanti e le pareti lapidee e scrostate, sature di secoli di memoria, invocano con forza la presenza del corpo biologico reale in mezzo al clamore dei segnali elettronici. Il pixel e la rovina archeologica si incastrano; la levità fluttuante della tecnologia collide drammaticamente con la gravità storica del reperto. Attraversando questo spazio, lo spettatore sperimenta un turbine psicologico che muove dai sensi corporei per sfociare in una vera e propria crisi esistenziale. Attraverso un’estetica dei nuovi media di straordinaria intensità, la mostra rende visibile la sintomatologia collettiva dell’era della rete: una sotterranea, “immotivata melanconia 深層憂鬱 e un logorio spirituale profondo 精神內耗”, celati sotto la superficie di una connessione perenne e di una libertà assoluta.

La resistenza dell’umano nell’era della post-finzione
La narrazione filmica, nucleo centrale dell’esposizione, fagocita la linea dello sguardo dello spettatore attraverso imponenti schermi LED, le cui simulazioni digitali ricalcano e duplicano millimetricamente lo spazio interno delle antiche carceri di Palazzo delle Prigioni. In questo perimetro speculare, sculture monumentali realizzate ad hoc — mani, calzature, teschi, unitamente a tronchi e arti recisi — si stagliano in una disposizione frammentaria e disarticolata, orchestrando una giustapposizione teatrale e un’intertestualità semantica in costante bilanciamento tra la tangibilità della carne e la virtualità degli avatar digitali sullo schermo. Questi frammenti anatomici, brutalmente sezionati ed eviscerati, non si limitano a consumare una ribellione contro la sacra integrità della statuaria classica; essi si configurano, piuttosto, come la manifestazione tragica di un’alienazione che colpisce la soggettività corporea della generazione dei Millennials, schiacciata dalle dinamiche del tardo capitalismo e dai dispositivi di un rigido disciplinamento algoritmico. Tali simboli infranti danno forma plastica alle faglie cognitive, alle dislocazioni emotive e al sovraccarico sensoriale che affliggono l’individuo iperconnesso, condensandosi in una profonda critica sintomatica contro le micro-fisiche del potere della nostra epoca.
L’artista introduce in modo pionieristico un sofisticato “Digital Puppetry 數位操偶系統”, strutturato per dispiegare una performance in tempo reale di immagini in perenne mutamento dinamico. Questo teatro tecnologico svela con acume la densa tensione conflittuale che intercorre tra l’odierna architettura percettiva dell’essere umano e le tecnologie cibernetiche del controllo, in un presente radicalmente innervato — e finanche colonizzato — dalla proliferazione dei contenuti visivi generati da intelligenze artificiali (AIGC). All’interno di questo orizzonte, in cui i confini tra la dimensione reale e quella virtuale si dissolvono in via transitoria, l’integrità primordiale della soggettività individuale viene brutalmente decostruita e ripiegata. Ciascun soggetto si ritrova irrimediabilmente scisso, alienato e convertito in un ibrido complesso, sintesi di tre identità profondamente dislocate:

Il Prigioniero 囚徒: la carne biologica e la finita capacità attentiva dell’individuo appaiono capillarmente recluse entro la matrice dell’architettura fisica e degli schermi virtuali. I suoi paradigmi cognitivi e speculativi subiscono una profonda plasmazione, un disciplinamento e, infine, una servitù invisibile a opera dei flussi ritmici dell’algoritmo.
Il Controllore 操控者: impugnando l’interfaccia di controllo interattiva, l’individuo si culla nell’illusione spettacolare del consumismo, persuadendosi erroneamente di detenere la sovranità assoluta e l’autonomia radicale nel navigare, filtrare, governare e sottomettere l’immenso universo digitale.
La Marionetta 人偶: intesa come alter ego digitale 數位分身 i cui flussi informativi online sono capillarmente filtrati, manipolati e somministrati in modo mirato dagli algoritmi di fondo. Mentre i desideri più intimi, le derive emotive e finanche le fobie recondite dell’individuo vengono integralmente decostruiti, il soggetto si riduce a mero simulacro algoritmico, un fantoccio del traffico dati guidato e capitalizzato dai fili del tardo capitalismo digitale 數位高階資本主義.
L’esegesi che l’artista Li Yi-Fan offre della propria ricerca si condensa nelle seguenti considerazioni: I hope to bring the audience into a surreal space where they feel like viewing and at the same time being viewed. Just like the protagonist in this current work, the characters I animate feel like toys and like witnesses. The performance is real, but it is routed through a proxy body. In an age of information overload, this indirection might just be the barrier that keeps us safe enough to be vulnerable.
Attraverso questa narrazione claustrofobica, densa di sfumature assurde e imperniata sulla corporeità digitale e virtuale, l’artista edifica all’interno di Palazzo delle Prigioni una “Panoptic Vision 環形全景監視視域”, fondata sul principio del “guardare ed essere guardati simultaneamente 同時在觀看,亦同時被觀看”. Questa “finestra prospettica” di matrice rinascimentale si aliena qui fino a convertirsi nella gabbia invisibile della contemporanea società del controllo. Tale espressione artistica, dotata di una profonda onestà intellettuale, non si limita a colpire al cuore l’estrema impotenza dell’essere umano dinanzi all’alienazione tecnologica, al sovraccarico informativo e alla finitudine del corpo biologico; essa delinea, con una lucidità quasi spietata, la sintomatologia spirituale e l’elegia esistenziale della soggettività umana nell’istante esatto del suo storico collasso, fagocitata e dissolta da un macro-sistema tecnologico.


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