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THE SOUND OF SILENCE – A CURA DI VITTORIA BIASI – PALAZZO SACCHETTI – ROMA

The sound of silence
a cura di Vittoria Biasi
Artisti
Emilio Farina, Ruza Gagulic, Silvia Galgani, Emanuela Lena, Luisa Mazza, Anna Onesti, Federico Paris, Stato di famiglia, Edith Urban.

Uniti per la Vita
Venerdì, 27 maggio ore 19
Palazzo Sacchetti
Via Giulia, 66 – Roma

Con chiaro riferimento al testo del brano musicale di Simon&Garfunkel pubblicato nel 1965, la mostra The sound of silence è il racconto di ricerche monocrome tra i silenzi delle profondità, tra vita e arte della vita. L’interminabile ricerca artistica o scientifica è il filo che congiunge l’umanità e i tempi, spostando il confine tra luce e ombra, tra rivelato e sconosciuto. Lungo questa linea, che nessuna luce potrà inghiottire, l’immaginario è l’eroe capace di accogliere nel proprio animo infinite storie, mondi. “Mi hai fatto senza fine” scrive il poeta indiano Tagore riferendosi al cuore, a questo “fragile vaso” in cui convergono istanti, flussi emozionali tra passato e futuro. Emilio Farina, Ruza Gagulic, Silvia Galgani, Emanuela Lena, Luisa Mazza, Anna Onesti, Federico Paris, Stato di famiglia, Edith Urban si confrontano con il segno, traccia di un gesto che sembra derivato dallo spazio del tempo e tenuto sospeso nelle storia di ognuno.

Emilio Farina compie un’operazione delicata. Individua, nella cappella di famiglia di Palazzo Sacchetti, un punto di confluenza tra le energie di alcuni elementi, come l’altare dominato dalla nudità dell’assenza, i vetri policromi, la luce bianca che scende dall’alto. La confluenza nel pensiero di Benjamin non è un punto di arresto ma di dialettica che l’artista interpreta come momento sublime, sorgente di un flusso, di una felice rapida, silenziosamente protesa verso l’altro. Il materiale leggero, trasparente, velato di bianco è la radice dei differenti linguaggi avvolti su possibili forme non immobilizzate, che possono far vibrare il loro respiro e vacillare come la vita che si rivela in nuove immagini.

Razu Gagulic affronta l’idea di limite, di linea intagliando e dipingendo nel plexiglass figure di una realtà usurata, svuotata dai media. Come nel viaggio dantesco il corpo si distingue dalle anime per la capacità di fendere lo spazio, così le opere di Ruza Gagulic debbono essere attraversate dalla luce per rivelare il senso effimero e plastico della costruzione. La mobilità del segno crea l’oscillazione, il mutamento dell’immagine e un nuovo flusso di senso.

La poetica del colore in Silvia Galgani è il risultato della metodologia pittorica della velatura. Ogni superficie è dipinta per essere celata: questo occultamento è l’opera, in quanto è il processo e il metodo della comunicazione, che fa affidamento nel percorso della luce. Questa attraversando le velature si rivela quale oltre della somma dei colori: una transvisione. La successione dei veli fa pensare alla stratificazione celeste e al telescopio di Galileo puntato verso lo spazio per guardare oltre il velo e cercare la visione della luce dall’altra parte.

Il bianco e la contexture di Emanuela Lena sono il linguaggio sintetico, epigrafico sulle orme ideologiche delle seconde avanguardie. Se la piega è la couche dell’ombra, dell’incontro tra la luce e la sua mobilità, il nodo è legame, costruzione, ascensione lungo una gerarchia di stati dalla terra verso il cielo. Il nodo è il segno della realtà del bianco, è la premessa del distacco dal grembo materno, del primo sguardo sul mondo. Il nodo connota alcuni linguaggi tradizionali, tra cui la pratica magica o l’antica semantica per non dimenticare, per stabilizzare la mobilità.

La pratica artistica di Luisa Mazza è guidata dalla relazione numerica, una sorta di divina armonia modulare che scandisce l’ordine delle cose in cui uomo e cielo si riflettono. Le sculture trasparenti o specchianti, le monocromie bianche sospese lungo una spirale da percorrere, da sentire, si protendono verso una realtà superiore nell’intento di suggerire un via per la ricerca di un’essenza della materia da cui formulare un inizio. Un linguaggio silenzioso, di difficile individuazione sembra unire le parti delle sculture, che divengono una pausa di silenzio, di riflessione nel rumore del mondo.

Anna Onesti ricerca il suo rapporto con l’oltre nella ritualità del suo fare, nel movimento delle sue mani, nella sua capacità di ‘edificare’ l’opera con materiali essenziali, semplici non industriali. Formatasi anche in Giappone, dove ha approfondito le tecniche di fabbricazione della carta tradizionale e le antiche pratiche di tintura e decorazione dei tessuti, Anna Onesti ha instaurato con questi elementi un rapporto esclusivo, simbolico, evocativo. Le sue opere narrano le avventure del segno oltre il confine occidentale, sono l’introduzione in un altro modo di pensare, di sentire, proprio di un oriente a noi sconosciuto. E’ possibile stabilire la relazione tra velature cromatiche e successione di segni che circoscrivono la storicità di un segno e introducono una prospettiva non visiva: segreta.

La poetica di Federico Paris attraversa differenti linguaggi che sono messi in dialogo con diverse possibilità di applicazione. Il segno e il colore, ricettacoli d’energia, nell’arte di Paris percorrono il diritto dell’esistenza come pluralità, spaziando dalla pittura alla performance, al video scomponendosi, rielaborandosi in armonie, in mondi inattesi. In alcune opere della serie “Energie” l’artista rielabora i cromatismi e la forma della farfalla, che nel video proposto diviene opera quasi in dissolvenza, con lente trasformazioni, una sorta di elogio al colore, alla capacità di agire sull’animo come forza evocatrice di altre dimensioni. I cromatismi compatti nel video acquistano profondità mentre la ricerca tonale, connotazione particolare dell’artista fin dagli inizi del suo percorso, è come un racconto, una nota personale che Federico Paris vuole comunicare.

Sylvio Giardina e Raffaele Granato sono Stato di Famiglia, impegnati nella creazione ornamentale legata all’Alta Moda, nell’abito come opera d’arte e al tempo stesso nel manufatto quale portavoce di tradizioni, di culture, dalle più lontane nel tempo e nella storia delle civiltà.

Questa forma d’arte si tramanda nei secoli facendosi divulgatrice di temi, messaggi e motivi precisi in contesti differenti: laico, religioso, aristocratico, proletario artistico. Il procedimento inconsapevole, come la particolare percezione del mondo in funzione ideologico culturale, è elemento artistico e guida sociale. Stato di Famiglia elabora la propria poetica all’interno del delicato rapporto tra arte e percezione.

Le opere di Edith Urban si collocano sul confine fra pittura, letteratura e ritmo, avvalendosi dell’impiego di frammenti di testi in dialogo con il linguaggio pittorico. L’essenza profonda delle superfici è nella monocromia intesa come procedimento, traguardo che l’artista raggiunge attraversando le tonalità del colore e del testo, citazione di altri testi o rielaborazione di un incontro mentale. La sua poetica deriva dagli studi d’arte con Hermann Nitsch, presso l’Accademia di Belle Arti ‘Staedel’ di Francoforte nella quale l’artista viennese è stata docente di Arte interdisciplinare, avendo una formazione umanistico-filologica. Le tracce testuali che ‘sopravvivono’ nei suoi quadri sono brevi enunciati, versi di poesie, allusioni, pensieri e dialoghi, singoli versi tratti da canzoni pop. Questi frammenti strappati al loro contesto originale sono utilizzati come mantra, trascritti ripetutamente sulla pittura ancora fresca in molteplici strati. Nel fare ciò essi inevitabilmente diventano degli elementi grafici dotati di funzione estetica.
Vittoria Biasi – Storica dell’Arte


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