La Scala della Rivelazione
La Scala della Rivelazione
Il silenzio del collegio Paola Di Rosa di Desio, in quel 1968, aveva un ritmo metallico e ostinato: era il ticchettio della mia Olivetti Lettera 32. Mentre fuori il mondo vacillava sotto i colpi della storia, tra le mura del convitto la mia rivoluzione privata si consumava su fogli bianchi, pronti ad accogliere versi nati nel silenzio delle aule vuote, dove mi appartavo durante l’ora di ricreazione. Ero un’educanda sospesa tra il rigore del dovere e un’urgenza che non sapevo ancora nominare.
L’incontro con il Maestro
Avevo ordinato le mie poesie con cura liturgica per sottoporle a un nome che imponeva un timore reverenziale: Eugenio Montale. Insieme a Graziella, amica e custode di sguardi complici, avevamo chiesto e ottenuto un appuntamento preciso. Con l’incoscienza dei nostri dodici anni, varcammo la soglia del civico 15 di via Bigli per affrontare il cuore della cultura milanese.
Il portone si spalancò su un tempo immobile. Nel salotto, il respiro si fece corto. Quando il Maestro entrò e sedette di fronte a noi, il tempo si cristallizzò. Prese i miei fogli, immergendosi nella lettura. Dopo qualche minuto, il suo volto fu attraversato da un tic nervoso. Io e Graziella ci fulminammo con gli occhi: la solennità del genio si sgretolava davanti alla nostra acerba giovinezza. Scoprimmo, con un sorriso impertinente, che anche i giganti possiedono tic umani.
«Chi di voi ha scritto queste poesie?» chiese infine.
«Lei», rispose Graziella con orgoglio.
Montale mi fissò: «Desidera pubblicarle?».
«In realtà… siamo venute solo per avere un suo parere», mormorai. La mia voce era quella di una ragazzina che cercava una guida, non una carriera.
Lui annuì, quasi apprezzando quella mia ritrosia: «Continui così. Non smetta di scrivere».
La folgorazione
Quelle parole avrebbero dovuto mettermi le ali. Invece, scendendo quelle scale, sentii un peso schiacciante. L’incoraggiamento di una tale autorità della parola mi consegnava a un destino che non sentivo mio. La parola era diventata una gabbia di carta troppo stretta.
Alla fine di quella rampa di scale, avvenne la rivelazione: la poesia non era la mia strada. In quel vuoto emerse, prepotente e carnale, la mia vera vocazione: la pittura. Volevo la libertà anarchica del colore, non l’ordine dei versi.
Oltre il canone
Tornai nel regno di Suor Giuseppina — per tutte “Suor Peppa”. Esponeva i miei lavori, ma cercava di “correggerli”: «Sei brava, Raffaella, ma quando colori sei una pasticciona», sentenziava, cercando di ricondurre il mio istinto entro i binari della regola. Io la osservavo con distacco: lei cercava il canone, io volevo scoprire un’espressione diversa.
Ho lottato per decenni contro il vento contrario dei pregiudizi, le necessità della vita e le mie origini paterne pugliesi che si scontravano con la frenesia milanese materna. Ma quella “pasticciona” era un’anima in perenne espansione. Il mio istinto ha rotto gli argini, riversandosi nel disegno, nelle grafiche, nella forza ancestrale delle incisioni e nella tridimensionalità delle sculture. Ho cercato il movimento nella pittura, nei video, nelle performance e la luce attraverso i light box e i neon flex.
Un’opera aperta
Non mi bastava più coltivare l’arte; dovevo costruirle una casa. Mi sono fatta promotrice, gallerista ed editrice. La vita ha tentato spesso di essere come Suor Peppa, cercando di correggermi la mano, ma io non sono mai risalita da quella scala.
Quarant’anni dopo, nel 2008, ho finalmente risposto a quell’antico incontro collegandolo con l’evento “Correspondances des Sens“, da me dedicato ad Eugenio Montale. Ho organizzato e ospitato l’evento a Studio.ra, il mio spazio nell’Appio Latino a Roma, creando un ponte tra i linguaggi: mentre Vito Riviello interpretava in modo sublime e poetico gli scatti di una fotografa.
Oggi so che il mio percorso verso la luce non si esaurisce qui, tra i confini della materia e del tempo; sento che questa ricerca è destinata a proseguire, eterna, in un’altra dimensione. Quando stendo un colore mi sento finalmente libera di essere quel “pasticcio” meraviglioso che è la mia vita, un’opera aperta che attende solo di riflettersi nella luce dell’infinito.
Raffaella Losapio

L’oro perde qui ogni funzione decorativa per farsi struttura concettuale, agendo da ponte tra la sapienza della doratura antica e la ricerca analitica contemporanea. Il lavoro non si limita a rappresentare la luce, ma la “genera” attraverso la rifrazione metallica, offrendo allo spettatore una soglia fisica e spirituale verso l’immensità.


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