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UN’ALTRA STORIA – CURATED BY EDOARDO DI MAURO – MAU – TURIN

Un’altra storia 2
Arte italiana 1980-1990
Organizzazione: MAU Museo d’Arte Urbana di Torino
Curatore: Edoardo Di Mauro
Catalogo: Bertani Editore, Reggio Emilia
Grafica: Davide Gaffuri
Patrocinio: Regione Piemonte, IV Circoscrizione Comune di Torino

Artisti: Gianantonio Abate, Salvatore Anelli, Guglielmo Aschieri, Salvatore Astore, Bruno Benuzzi, Enzo Bersezio, Corrado Bonomi, Dario Brevi, Carmine Calvanese, Francesco Correggia, Ferruccio D’Angelo, Aldo Damioli, Domenico David, Filippo di Sambuy, Raffaello Ferrazzi, Franco Flaccavento, Omar Galliani, Riccardo Ghirardini, Gaetano Grillo, Ale Guzzetti, Ernesto Jannini, Marco Lavagetto, Mario Marucci, Andrea Massaioli, Iler Melioli, Vinicio Momoli, Giordano Montorsi, Pietro Mussini, Luciano Palmieri, Plumcake, Sergio Ragalzi, Marco Nereo Rotelli, Gianfranco Sergio, Eraldo Taliano, Nello Teodori, Vittorio Valente, Giorgio Zucchini, Wal.

Sede espositiva: CCC-T Ex Birrificio Metzger Centro di Cultura Contemporanea Torino – Via Pinelli 63/a Torino
Inaugurazione: venerdì 12 ottobre 2012 ore 18.00
Durata: fino al 3 novembre giovedì, venerdì e sabato, ore 16.30-19.30 o su appuntamento
Info: 335 6398351  338 9077600 info@museoarteurbana.it   alptel@virgilio.it 

Dopo la conclusione, con la terza tappa allestita presso  Spazio Sansovino Arte Contemporanea, a Torino nel mese di dicembre 2011, dell’ampio ed ambizioso progetto de “Un’Altra Storia. Arte Italiana dagli anni Ottanta agli anni Zero”, è stato doveroso trarre un bilancio, che abbiamo ritenuto, io e gli artisti coinvolti o coinvolgibili in iniziative future di segno analogo, soddisfacente. Nella parte finale delle tre tappe in cui è stata suddivisa la prima parte del progetto si è sviluppato, in particolare sulle pagine web, assai frequentate , del magazine artistico on line “Artribune”, un animato dibattito sui temi della rassegna, a seguito di un’intervista al sottoscritto condotta dal critico Daniele Capra. Gli 84 artisti invitati sono stati ripartiti in tre sedi, con un criterio di scelta, per le prime due, dettato dalla sinergia del lavoro con l’architettura dei luoghi, mentre a Spazio Sansovino hanno trovato ospitalità in prevalenza gli autori più giovani. La prima sezione, allestita ad aprile 2011 nella suggestiva sede della Fondazione Ratti – Ex Chiesa di San Francesco a Como, ottenuta grazie alla collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, è stata dedicata in maggioranza all’installazione, la seconda, dove sono state privilegiate pittura e fotografia,  si è svolta in un luogo anch’esso di grande impatto come l’Ex Chiesa di San Carporforo a Milano, sede espositiva del CRAB dell’Accademia di Brera. Il tutto è stato integrato da due momenti di discussione e di dibattito a Milano ed a Como,  sul tema “E’ ancora possibile una dimensione etica dell’arte?”, con la presenza di personalità quali Renato Barilli, Elena Di Raddo, Sergio Gaddi e Massimo Kaufmann. I temi affrontati nella mostra erano spinosi e non facili da digerire, per uno scenario tendenzialmente conformista come il nostro,  ed è certo pesata l’assenza di un ufficio stampa, dato il budget pressoché inesistente quanto a liquidità monetaria, carenza surrogata dalla disponibilità del collezionista torinese Anselmo Basso a stampare un importante catalogo, punto di forza dell’evento, alla concessione gratuita di importanti ed ampie sedi pubbliche e private ed alla collaborazione volontaria fornita da molti artisti ed amici. Ci siamo poi trovati a convivere con una ultra polemica edizione del Padiglione Italia della Biennale di Venezia curato da Vittorio Sgarbi, su cui gli organi di informazioni si sono gettati a capofitto oltre ogni limite, soprattutto a causa degli strascichi generati dalla pletora interminabile delle varie edizioni regionali, organizzate con fretta e spesso con improvvisazione, ad onta di un’idea di per sé non negativa, ma necessitante di una messa in cantiere molto più meditata. Fatte salve queste difficoltà è stato possibile percepire una grande attenzione per i temi indicati dal progetto, il che mi induce a tornarci immediatamente sopra. Questi temi, in estrema sintesi, consistono nella denuncia della stagnazione del sistema artistico italiano, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta fino ai giorni nostri, dovuto alla presenza dominante delle ultime due correnti dell’arte contemporanea italiana in grado di imporsi, in una logica di gruppo, a livello internazionale, Arte Povera e Transavanguardia, ma anche alla sostanziale pavidità di molte componenti, in particolare la critica e le gallerie emerse  nell’ambito temporale analizzato dalla mostra, adeguatesi passivamente, in cambio di un po’ di visibilità e di incarichi, ai diktat dei curatori storici, di buona parte dell’editoria e di alcuni grandi collezionisti. Come già sottolineato nella parte introduttiva del mio testo in catalogo, non è stato possibile, per oggettiva mancanza di spazio, inserire nella prima edizione de “Un’Altra Storia” in maniera esauriente il primo segmento,   fondamentale per comprendere appieno gli sviluppi successivi, quello dell’ ingresso nel recinto della post modernità, caratterizzato dalla citazione e dalla fase del “ritorno alla pittura”, ma anche dal graduale affacciarsi sulla scena di esperienze provenienti della più giovane generazione, che segnerà il passaggio tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima parte degli anni ’90,  attenta ad un confronto non solo con una rilettura intelligente del passato, nell’accezione di un dialogo, opportunamente contestualizzato al presente, con la tradizione dell’arte del Novecento italiano ed ancora più indietro, con il Manierismo ed il Barocco, ma anche con i nuovi scenari segnati dall’invasività tecnologica e mediale e dalla contaminazione con forme espressive come il fumetto e la musica, e dalla ridefinizione di categorie estetico – formali come l’astrazione, la scultura e quelle, appena alle spalle, dell’area analitica e concettuale, in particolare  l’ambito concentrato sulla secondarietà oggettuale.   Un lasso di tempo collocabile, come si evince dal titolo d’apertura, tra il 1980 ed il 1990. Avrei voluto, a onor del vero, estendere la mia ricerca anche agli anni Settanta, invitando quegli artisti che già allora iniziarono gradualmente a violare i dogmi del Concettuale di più rigida osservanza, ma ho dovuto arrendermi di fronte ai limiti di budget, in quanto ho scarsa confidenza personale, anche per motivi generazionali, con gli autori di quel periodo, conseguentemente mi sarei dovuto scontrare, reperando le opere presso gallerie e collezionisti, con insormontabili problemi di trasporto ed assicurazione, quindi rimanderò il tutto ad una occasione più propizia, se capiterà. Anche “Un’Altra Storia 2”, sarà un progetto ben confezionato ma autogestito in maniera addirittura più ampia rispetto alla prima edizione. Ci avvaliamo di un contenitore di prim’ordine. Si tratta del CCC-T Ex Birrificio Metzger Centro di Cultura Contemporanea Torino, nuovo spazio polivalente per arte, teatro, musica e balletto, gestito dall’operatore culturale Alessandro Novazio Griffi, che ha ristrutturato uno spazio di archeologia industriale, sito in via San Donato 68 a Torino, a poca distanza dal Museo d’Arte Urbana da me diretto. Lo stabilimento, progettato nel 1872 da Pietro Fenoglio, celebre architetto del Liberty torinese, sarà destinato a giocare un ruolo importante per i futuri programmi artistico – culturali della città .

Edoardo Di Mauro è nato a Torino nel 1960, vive e lavora a Torino e a Bologna. Critico d’arte ed organizzatore culturale. Docente di “Storia e metodologia della critica d’arte” e “Teoria e metodologia del contemporaneo”, presso l’Accademia Albertina di Belle Arti. Dal 1994 al 1997 è stato condirettore artistico della Galleria d’Arte Moderna e dei Musei Civici torinesi. Attualmente è Direttore Artistico del Museo d’Arte Urbana e Curatore della BAM – Biennale d’Arte Moderna e Contemporanea del Piemonte. Ha curato centinaia di manifestazioni in spazi pubblici e privati italiani ed europei.

Di seguito il progetto complessivo de “Un’Altra Storia” :

Nel mese di dicembre 2008 ho allestito presso l’ampio ed affascinante spazio dell’Officina delle Arti di Reggio Emilia una mostra dal titolo “Tra un secolo e l’altro: artisti italiani tra continuità e differenza”. Si è trattato di un’ appuntamento che, oltre all’interesse che ha suscitato la visione dell’allestimento, documentato con la produzione di un dvd, ed il livello artistico degli invitati, ha costituito per il sottoscritto un’occasione per anticipare i contenuti di un progetto di ampie dimensioni che è mio fermo intento realizzare con il titolo di “Un’altra storia. Arte italiana dagli anni Ottanta agli anni Zero”. Si tratta di una rilettura,  fuori dagli schemi e dalle convenzioni tipiche degli ultimi anni, del panorama dell’arte italiana contemporanea, dalla seconda metà degli anni ’70 ai giorni nostri, dalla post modernità all’ingresso nel nuovo millennio. Questa rassegna, ed in buona parte “Tra un secolo e l’altro” che, come detto, ne è stato il naturale preludio, si pone sulla scia di una serie di operazioni capillari di lettura critica dell’arte italiana delle ultime generazioni  che vado proponendo da ormai un quarto di secolo in spazi pubblici italiani e talvolta stranieri come, negli anni ’80, “Nuove tendenze in Italia” e “Ge Mi To : l’ultima generazione artistica del triangolo industriale”, negli anni ’90 “Sotto osservazione: arte e poesia di fine secolo”, “Eclettismo”, “Carpe diem … una generazione italiana”, “Va’pensiero. Arte Italiana 1984/1996”, “Art Fiction” e, in questo decennio, “Una Babele postmoderna : realtà ed allegoria nell’arte italiana degli anni ‘90”, “Punto e a capo : nuova contemporaneità italiana”  “Interni Italiani”, “Anni Zero. Arte Italiana del nuovo decennio”, per citare quelle di più ampio respiro e tralasciando le molte dedicate a specifici ambiti stilistici o delimitati settori generazionali o regionali. L’arte italiana all’estero è generalmente rappresentata da singole individualità spesso avulse dal contesto globale di un territorio estremamente variegato, quindi è importante lavorare per diffondere aspetti poco approfonditi della nostra scena nazionale, considerato anche che la percezione dell’arte italiana dell’ultimo trentennio al di fuori dei nostri confini è talvolta assai diversa da quella che viene divulgata da ambiti comunicativi e di sistema predominanti. Per parlare degli ultimi trent’anni circa di arte italiana non si può non partire da un inequivocabile, quasi scontato, dato di fatto, cioè che gli ultimi due movimenti innalzatisi ad un riconoscimento internazionale, sono stati l’Arte Povera e la Transavanguardia, con percorsi diversi che di recente si sono intrecciati in una sorta di reciproco riconoscimento, da cui non era difficile prevedere l’attuazione di una sottile logica di  esclusione di quanto sta al di fuori di quel recinto. La fascia generazionale maggiormente penalizzata da questo stato di cose, che trova solo parziale motivazione nell’indubbia forza espressiva dei movimenti prima citati, è stata quella, di non indifferente qualità, emersa subito dopo la Transavanguardia, tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90, periodo nel quale è, tra l’altro, avvenuta la mia formazione critica e da me ben conosciuto, che ho dettagliatamente analizzato nella primavera 1997 con la mostra ed il libro intitolati “Va’pensiero. Arte Italiana 1984/1996”. Il fatto di avere sostanzialmente “saltato” una generazione sta all’origine, a mio modo di vedere, della sostanziale irrisolutezza dell’arte italiana lungo tutto il corso degli anni ’90. Gli autori del decennio precedente si sono giocoforza “riciclati” in quello successivo, facendo saltare qualsiasi paletto divisorio in merito ad un plausibile concetto di “giovane artista”, per di più all’interno di una scena sempre più affollata e confusa, in parte per una occulta volontà ma anche per motivazioni pertinenti l’evoluzione della società post industriale nel suo complesso. Come è noto, dopo il 1975 la situazione muta radicalmente di segno. A seguito soprattutto del rigido rigore del concettuale di matrice analitica e tautologica, dove si manifestava una evidente prevalenza dei significanti sui significati e l’assenza di una dialettica con l’esterno, con l’opera proposta al grado zero, nella sua nudità formale e compositiva, e l’assoluto divieto, sancito dai severi sacerdoti del dogma, dell’introduzione di sia pur minime componenti manuali e decorative, si verificò un’implosione di quello stile, e la lenta ed inesorabile deriva verso altri territori, in sintonia con la costante ciclicità degli eventi artistici. Tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80 prende corpo ed evidenza la svolta post concettuale dell’arte, con l’esplodere di movimenti radunati attorno alle parole d’ordine del ritorno alla pittura, di matrice visceralmente neoespressionista od infarcita di valori simbolici e decorativi e, in generale, del ripristino di una manualità dal sapore antico, nell’accezione etimologica originaria della “technè”. Il moto spiraliforme dell’arte inverte la sua traiettoria e intraprende un cammino a ritroso nel tempo, nel territorio densamente popolato della memoria, cimentandosi in un’operazione di citazione dei modi e delle maniere del passato, recente e talvolta remoto,  per poi riproporsi al presente contestualizzato all’interno delle inquietudini della contemporaneità. Tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90 viene alla luce una generazione artistica di grande interesse impegnata in una ridefinizione dei generi e degli stili e in un  rapporto di confronto serrato con la nuova società post moderna della tecnologia e dello spettacolo. Queste caratteristiche sfociano nel decennio successivo in un clima di generalizzato eclettismo stilistico, con punte di attenzione verso la rivisitazione dei linguaggi concettuali e pop ed un’apertura significativa nei confronti dell’uso della fotografia e delle tecnologie video e digitali. Gli anni ’90, come già citato prima, segnano l’ingresso del sistema artistico italiano in una fase di crisi e di de-valorizzazione nei confronti dello scenario internazionale, all’interno del quale iniziano a fare capolino i paesi emergenti del continente asiatico. Vengono privilegiati, da parte dei più forti soggetti della scena dal punto di vista critico, economico, istituzionale ed editoriale, artisti che si conformano ai canoni di un neo concettuale epigono ed irrilevante dal punto di vista linguistico o, all’opposto, pittori poco originali che si limitano a rimasticare gli stereotipi degli anni ’80. Per gli altri artisti, critici e gallerie che non si omologano a queste imposizioni scatta un fitto muro di silenzio ed un sottile boicottaggio. Nel decennio successivo e tuttora in corso mutano alcuni dati. Dopo l’11 settembre, evento che ha squarciato il velo tra reale e virtuale, il termine post moderno perde in parte d’attualità e si inizia a parlare di neo contemporaneità; della necessità, ad oggi non concretizzata, di passare dalla condizione liquida dell’eterno presente ad una dimensione di progettualità futura e ad una riscoperta dell’etica, esigenze che l’attuale crollo del mercato basato sulla finanza speculativa potrebbe accelerare. Lo scenario si manifesta come ormai del tutto globalizzato; si moltiplicano eventi, fiere e biennali, Cina ed India entrano in forze nel sistema, la bolla speculativa ed il denaro facile in possesso degli oligarchi internazionali conducono a valutazioni assolutamente impensabili anche solo dieci anni fa. Tuttavia il moltiplicarsi delle possibilità e l’invasività della comunicazione tramite internet conducono anche ad effetti positivi. Non è più praticabile alcuna censura ed aumenta la frequenza espositiva delle opere, quindi si manifesta una condizione maggiormente pluralista. Questo anche se i vari microsistemi di cui è composto il panorama italiano continuano a guardarsi con diffidenza non trovando il coraggio di interagire.

In Italia negli ultimi anni è mancato il coraggio di proporre una rassegna organica che davvero rileggesse l’ultimo quarto di secolo della nostra arte in maniera totalmente diversa dagli schemi consueti ma, al tempo stesso, assolutamente priva di velleitarismi così come di attaccamento a valori e schemi di interpretazione estetica ormai passati ed inadeguati ad interpretare la complessità del presente. Il panorama degli artisti presentati non costituirebbe una selezione da “Salon des Refusès”, tutt’altro. In mostra verrebbero presentati artisti dal solido curriculum e dotati di una storia personale nota ed inattaccabile, quasi sempre dotata di una appendice internazionale importante, coll’unico “torto” di essere stata spesso trascurata dalle poco obiettive gazzette artistiche italiane, e dai cantori di un sistema irrimediabilmente malato di conformismo ed esterofilia e, proprio in virtù di questo, estremamente debole nello scenario internazionale.

 

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